Essere e volere


Stamattina tornando a casa dal lavoro mi sono imbattuto in una trasmissione radiofonica in cui una nota cantante da poco anche prestatasi alla narrativa presentava la propria ultima fatica letteraria. Si parlava di uno dei personaggi del romanzo, che l’autrice descriveva come una persona che ha compiuto un grosso lavoro di costruzione della propria identità. Al punto da affermare che, se ricordo bene le parole, è diventata ciò che voleva diventare. Si è costruita come voleva costruirsi, in sostanza.

Mi ha affascinato, questa prospettiva. Mi sono chiesto se lo stesso posso dire di me stesso.

E no, non posso. Non posso dire di essere ciò che avrei voluto essere, di essermi “costruito” come mi vorrei, di essere come mi voglio.

Ora non so il personaggio di cui si parlava, ma nella mia vita c’è una serie di dati. In senso etimologico: cose che si danno indipendentemente dalla mia volontà.

Non sono io che ho voluto nascere. Non sono io che ho voluto nascere nella famiglia in cui sono nato, nella città, nel Paese, nel tempo storico, nel corpo, nella macedonia cromosomica in cui sono nato. Sono dati.

Come sono dati tanti degli avvenimenti che hanno portato alla formazione della mia identità. E continuano ad esserci, nel male e nel bene. O piuttosto, nella neutralità che hanno i dati, che non sono altro che espressioni normali della mia natura umana.

E così, ragionando sui massimi sistemi della mia vita, confrontandomi con questo personaggio che non conosco (ma che anche se lo conoscessi non potrei certamente giudicare con i metri che uso per me stesso) ho pensato che tutto sommato se anche potessi essere oggi ciò che voglio, me ne mancherebbe la fantasia.

Voglio dire: io mica lo so fino in fondo “cosa”, “chi” sono. Mi stupisco ancora, a quaranta e rotti anni, di certe mie reazioni, di certi miei gusti. E meno male. Scopro ancora, di giorno in giorno, cose di me che non conosco e che non potrei certo inventare, non conoscendole. Ho paura che fissare la mia identità sulla mia volontà significherebbe appiattirmi sul già noto, perdendo il gusto della scoperta. O, peggio, rifiutando ciò che di misterioso ancora mi riguarda. Bello questo verbo: mi riguarda, è lì che mi aspetta.

Etimologicamente, il passo tra “dato” e “dono” è molto breve. Nella mia esperienza, tra “dare” e “donare” c’è di mezzo la disponibilità ad accogliere il nuovo. A dare un valore positivo all’imponderabile, a riconoscere che la libertà non sta nel poter scegliere qualunque cosa la volontà suggerisca, ma nel trovare e volere la propria interpretazione di sé in mezzo a qualunque condizionamento.

Ovviamente sono consapevole del fatto che nei miei “dati” ho avuto vita molto più facile di tanti altri. Per me è relativamente semplice, per la mia storia, chiamare “doni” tutto ciò che ho ricevuto senza sceglierlo. Eppure ci sono anche traumi, batoste, colpi bassi, tra le cose che fatico a chiamare “doni”, ed è per questo forse che “dati” mi pare termine più appropriato. E ce ne saranno ancora, lo so. Ma so anche che dalle gioie come dalle ferite del futuro emergerà un me stesso più consapevole, più libero probabilmente.

La trasmissione radiofonica di oggi è un bel paradigma. Chi l’avrebbe pensato che oggi, tra tutte le cose a cui pensare, sarei finito a riflettere sul legame tra la mia volontà e la mia identità? Eppure è così che va la mia vita (non so bene quella degli altri, ma forse non siamo poi così dissimili in questo). No, non posso dire di essere ciò che voglio. Posso piuttosto dire di voler essere ciò che sono. Questo sì. Non del tutto, probabilmente: ci sono certamente aspetti di me che voglio cambiare, che cerco di cambiare, ma in quel “ciò che sono” ci sta anche tutta la quota di ignoto, di misterioso che mi porto appresso, che non mi spaventa, ma piuttosto mi avvince a questa caccia al tesoro che è la mia vita.

Sarei un superuomo assai povero, cara De Sio, se col poco che so, col poco che sono, decidessi di definirmi. Ancora l’etimologia: definirmi, confinarmi. Molto meglio per me arrendermi al mio essere umano, perché nonostante i confini che come essere umano comunque ho, è in quella profondità, rischiarata da una coscienza che arriva dove può, che non ho mai smesso di trovare spazi per andare oltre.

Anche oltre l’umano.

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